Il tempo nella pratica della psicoanalisi

 In Alessandro Guidi, Etica
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di Alessandro Guidi

 

Perché il “tempo” è il primo guardiano del Campo analitico?

Il tempo è il primo guardiano del Campo analitico perché le sue caratteristiche sono tali che lo rendono incompatibile con la dimensione del caso sia in tutto ciò che il soggetto dice in analisi, ma anche in tutto ciò che accade al soggetto nella sua vita quotidiana.

Inoltre sia nell’Amore, sia nel Gioco, sia nel Sapere, il Tempo regola la dimensione dell’inconscio, dell’Altrove, perché introduce la funzione logica della tychè, o incontro con il reale incontro solo apparentemente casuale ma in realtà regolato dal movimento della ripetizione (automaton) che nasconde proprio l’incontro originario tra il soggetto ed il reale.

Infatti il Tempo fa dell’Amore un incontro tra due soggetti dove in gioco c’è sempre qualcuno da amare che però sta al posto di qualcun altro, qualcuno che si inserisce nell’incontro dal passato e lascia le sue tracce nella catena temporale dell’automaton. Mentre nel Gioco è presente la logica simbolica fondata sull’alternanza del tic-tac temporale, come ci insegna Ernst,nipote di Freud, con il suo gioco del fort-da. Ed il Sapere, infine, costruisce tutta la sua fortuna sul fatto che si tratta di una dimensione che riguarda il soggetto (e ciò distingue il sapere dalla conoscenza) il quale è regolato per struttura dal tempo del Wo Es war, soll Ich werden: ovvero io devo venire alla luce di questo stesso luogo (Es) in quanto si tratta di un luogo che riguarda l’essere. Il tempo del Campo psicoanalitico dunque non riguarda l’Io ma il luogo dell’Es, luogo delle pulsioni (l’altra scena).

Un senso al Campo analitico lo si trova, anche, variando l’ordine dei quattro guardiani. Ma qualunque variazione che abbia una logica, non sarebbe la stessa cosa per le sorti del Campo analitico perché ciò che l’inconscio prende dal Tempo è quel senso particolare essenziale e primario per la nascita del soggetto che si chiama scansione che regola la struttura dell’inconscio fondata sulla pausa e l’intervallo. La logica dell’intervallo e della pausa dimostra l’esistenza di un atto d’Amore che l’Altro genitoriale ha saputo introdurre nella vita del figlio in quanto quest’ultimo ha avuto così il tempo soggettivo di assumere nel suo modo di pensare e di agire un ritmo discontinuo che ricalca la verità su cui è fondata l’inconsistenza strutturale del soggetto stesso: tale inconsistenza viene però modificata e camuffata (mascheramento) dall’Io sia nella dimensione spaziale attraverso la sequenza dei segni, sia nella dimensione formale attraverso l’estetica della immagine e della rappresentazione. Il tempo dell’Io riguarda sia la spazialità propria del Dio Crono, sia la fenomenologia del vissuto come accade per esempio alla fine dell’800 nei Laboratori tedeschi dove Wundt ed Helmotz hanno fondato la psicologia provando a pensare di poter misurare le emozioni della coscienza e del suo flusso .

Lacan, a partire da Freud, ha corretto queste impostazioni sul tempo, usando un sofisma di logica per poi rovesciarla come possiamo notare nell’articolo “Il tempo logico e l’asserzione di certezza anticipata” (1945). Infatti lo psicoanalista francese corregge le procedure logiche dei tre prigionieri che sono i protagonisti nell’articolo di Lacan i quali, per ottenere la libertà promessa dal Direttore del carcere, devono prima risolvere l’enigma dei dischi bianchi e neri che il direttore stesso ha messo dietro la schiena di ogni prigioniero, senza che i detenuti stessi potessero contemporaneamente vedere ne comunicare tra loro. Le procedure logiche possibili utilizzate dai tre prigionieri per arrivare alla libertà, convergono tutte verso l’osservazione della spazialità e della sequenza visiva dei segni rappresentati dai dischi attribuiti ai tre prigionieri; ebbene Lacan mette in luce come in questi ragionamenti logici non si siano tenute di conto sufficientemente quelle dimensioni temporali che non hanno a che fare con la logica del senso applicata alla individuazione del colore dei dischi posti sulle spalle dei tre prigionieri, ma hanno a che fare con procedure temporali che ci conducono direttamente verso l’inconscio: la dimensione soggettiva della attesa e della fretta: ”Come si vede nella determinazione logica dei tempi d’arresto che costituiscono, determinazione che, obiezione del logico o dubbio del soggetto, si rivela ogni volta come lo svolgersi soggettivo di una istanza del tempo, o per meglio dire come la fuga del soggetto in una esigenza formale.” (J. Lacan Scritti pag. 198).

In questo articolo Lacan sovverte la logica del senso di matrice filosofica e costruisce una logica fondata sui tempi di modulazione della parola che nella sua enunciazione sovverte il senso fondato dall’Io penso (Cogito ergo sum) e di conseguenza fondato sulla logica del fare, del comportarsi e dunque sulle regole tecniche del come fare per giungere e concludere una operazione secondo un tempo prestabilito in anticipo.

Lo scardinamento del senso retto dall’Io penso apre ad un’altra logica, la logica che organizza il soggetto dell’inconscio compreso tra due posizioni quella che ha a che fare con il giogo e quella che ha a che fare con il gioco; queste due posizioni implicano la dimensione dell’Altro, ovvero del luogo che determina il soggetto nei suoi atti e nei pensieri non pensati, scanditi dunque, non tanto dalla consequenzialità dei segni che si vedono e si mostrano nei dischetti colorati posti dal direttore del carcere sulla schiena dei tre prigionieri, ma scanditi dal tempo di arresto della parola e dello sguardo, arresto che incide sull’esito della uscita formulata dal pensiero dei tre prigionieri . Pertanto come dimostra la pratica analitica il soggetto è dunque sospeso, nel suo procedere analitico,all’attesa immaginaria di una risposta da parte dell’analista, analista vissuto come il partner della relazione. Oppure il soggetto è soggiogato interiormente dalla fretta di concludere che appartiene al fantasma inconscio del soggetto (e non all’Io), fantasma che sostiene il desiderio del soggetto, desiderio legato al suo sintomo.

Lacan ratifica, nell’articolo “La funzione e campo della parola e campo del linguaggio in psicoanalisi“ (1953), come il tempo del soggetto dell’inconscio sveli le proprie carte nel gioco condotto dall’Altro (dalla funzione genitoriale alla funzione istituzionale) e nell’Altro (luogo dei codici e dei significanti del linguaggio)”: Il tempo gioca il suo ruolo nella tecnica sotto diverse incidenze” (Lacan, Scritti, pag. 303)

E quali sono queste incidenze del tempo nella tecnica?

La prima forma di incidenza riguarda il rovesciamento dello stesso concetto di tecnica applicata alla pratica psicoanalitica in quanto la tecnica per il senso comune coincide con i tempi necessari, da applicare a procedure standard (tempi tecnici) che permettono previsioni anticipate sulla fine di un percorso. Per Lacan invece l’importanza del momento dell’arresto soggettivo e della sospensione della parola o di un atto, è legata al tempo dell’indecisione o del dubbio, ovvero al tempo che coincide con il momento in cui il soggetto si arresta o inciampa oppure tentenna nell’imbarazzo di enunciare un senso in cui non crede più fino in fondo, ma non ha però il coraggio di sbarazzarsene perché è ancora incerto sulla nuova strada da prendere: il soggetto è dunque ancora preso nella logica affettiva dell’Altro. Da sottolineare come questo ancora indichi la parte del godimento soggettivo che si ripete in modo coattivo nel sintomo.

Questo tempo della indecisione è in generale la rivelazione della presa dell’Altro sul soggetto al quale gli viene imposto un ritmo che non è suo e che il soggetto fa fatica a sostenere ma che contemporaneamente non vuol cedere del tutto; pertanto quando in analisi il soggetto dell’enunciato ci dice qualcosa in cui il paziente consapevolmente non crede fino in fondo, vuol dire che il soggetto della enunciazione invece si affida a modulazioni temporali che all’ascolto dell’analista risultano essere incerte ed increspate.

La rettificazione del senso serve a Lacan per dare conto di come il simbolico ed il reale si congiungono nella funzione del tempo: “Si vede quindi l’altro momento in cui il simbolico ed il reale si congiungono e l’avevamo già marcato teoricamente: nella funzione del tempo,e questo merita che ci soffermiamo un momento sugli effetti tecnici del tempo.” (Lacan, Scritti, pag. 303) .

Il compito dello psicoanalista è dunque quello, tra le altre cose, di sottrarre il tempo all’immaginario grazie al quale l’Io si sente illusoriamente sempre padrone a casa sua con addosso una maschera al di là della quale si nasconde il soggetto dell’inconscio,con la sua verità legata al sintomo. Il compito dello psicoanalista è quello di sottrarre il falso tempo dell’immaginario, il tempo lineare dei comportamenti dell’Io, per riconsegnare al tempo il suo statuto di labirintica disarmonia che passa dalle acque limacciose della lalingua materna (il luogo da dove nascono gli inceppamenti della parola) che scorre sotto i ponti del simbolico da dove vengono gettate le reti da pescatore fatte di significanti (la nassa).

La seconda forma di incidenza del tempo nella tecnica analitica è che il tempo, come guardiano del campo analitico, ha una funzione di misuratore dell’inconscio, inconscio come luogo della dimensione dell’imprecisione e dell’imperfezione:”… l’inconscio esige tempo per rivelarsi, siamo completamente d’accordo. Ma chiediamo qual è la sua misura?” (Lacan Scritti pag 306).

La misura del tempo è data da un punto di ri-ferimento

ovvero da una traccia reale che torna a ferire il soggetto e pertanto il tempo sarà un tempo misurato su un improvviso che ricompare e perturba (secondo tempo) e che rimanda ad un inizio, ad un primo tempo accompagnato da una scena, da uno scenario in cui il soggetto è inquadrato da una ferita, ovvero da un reale già tracciato che torna a ferire(ri-ferimento). In questo senso Lacan sottolinea che cosa la psicoanalisi prende dalla scientificità delle scienze sperimentali:” Giacché la scienza sperimentale non risulta tanto definita dalla quantità, di cui di fatto si occupa, ma dalla misura che essa introduce nel reale.” (Lacan “Scritti”, pag, 279). Ed il reale è ciò che improvvisamente appare nel quadro costituito dal simbolico di colui che parla in analisi ma che appare anche nella vita, improvvisamente; si annuncia attraverso una sorta di formicolio che in un secondo tempo il paziente tenta di riferire come può all’analista. Ed è questo tempo secondo che fa parte delle caratteristiche del Tempo come guardiano del Campo analitico. E’ un tempo che prende in consegna il soggetto e ne misura, attraverso il ricordo, l’intensità immaginaria e la disponibilità della parola soggettiva a svuotare il sacco-corpo come se fosse una prigione in cui i detenuti cercano in ogni modo di fregare il Direttore con la logica del senso e del tempo del solo comprendere(tempo che non appartiene al campo analitico). Nello spazio angusto della stessa prigione, (corpo) qualcosa del reale che vi è invischiato, cerca di liberarsi e di uscire attraverso la parola (enunciazione), ma, ci possiamo chiedere, per andare dove? Per andare verso l’ascolto e l’interpretazione dell’analista oppure verso il testo scritto (prima) o riscritto (dopo) dal paziente che può così riparlarne all’analista in modo e in un tempo secondo che ha valore di fissaggio di un senso, elaborato, che ha la possibilità però di essere trasformato attraverso un nuovo materiale che si apre un ad reale imprevisto.

Si deve tenere presente anche (e oggi più che mai data la potenza dei reality show)della incidenza che ha la vita quotidiana nel ritorno del soggetto al tempo cronologico del quotidiano, dove prevale il codice quattro o ilinx (vortice). In questo modo il soggetto deve fare i conti con l’ essere prigioniero del suo stesso corpo il quale, attraverso uno spazio-tempo angusto, entra permanentemente nella logica del senso della vita quotidiana: il paziente acquista, dopo ogni seduta, una certa libertà ma che è condizionata ancora dalla prigione da cui il soggetto (l’Io) porta con sé la logica del senso e del tempo scandito dai segni, cioè dai colori dei dischi. Però si porta con sé, appiccicato addosso, anche l’altro tempo quello legato alla scansione della indecisione: quest’ultima raggruma nella parola del soggetto sia, il giogo in cui il soggetto è costretto a vivere nello spazio angusto del determinismo del significante, sia il gioco con gli effetti derivati dagli affetti non cadaverizzati (non uccisi) dalla parola che ri-feriscono in continuazione durante l’arco di tempo in cui si esprimono nella vita le azioni del soggetto: ”Mio nonno soleva dire:” La vita è straordinariamente corta. Ora,nel ricordo,mi si contrae a tal punto che, per esempio, non riesco quasi a comprendere come un giovane possa decidersi ad andare a cavallo sino al prossimo villaggio senza temere (prescindendo da una disgrazia) che perfino lo spazio di tempo, in cui si svolge felicemente e comunemente una vita, possa bastar anche lontanamente ad una simile cavalcata”. ( Franz Kafka “Il prossimo villaggio” in Racconti, pag. 249). Per andare al prossimo villaggio ci dice Kafka, per raggiungere una meta che si sposta di continuo, in quanto il prossimo villaggio non è quello che raggiungo nello spazio a cavallo, bisogna tenere di conto di quel tempo che è legato alla sensazione della mia ed intima soggettiva soddisfazione decretata dal gioco del giogo in cui sono preso come soggetto dell’inconscio tra una seduta e l’altra. Lungo il cammino della cavalcata della vita sono da tener presenti quelle disgrazie improvvise, che ri-feriscono il corpo del soggetto e che il nonno di Kafka mette tra parentesi per prescindere dalla loro incidenza sul soggetto stesso.

La terza forma di incidenza del tempo analitico riguarda ciò che sfugge al tempo lineare del senso, il tempo dell’Io che è fottuto da tutto ciò che nella vita ordinaria del quotidiano il soggetto incontra più volte come ripetizione traumatica di una incidenza (primo tempo) antica sul suo corpo che scandisce après coup (il colpo dopo o Nachtraglichkeit) gli effetti traumatici. Siamo al di fuori della tecnica perché ciò che si mostra in ciò che accade nella vita, passa attraverso gli effetti sul corpo del soggetto, effetti misurati con l’interpretazione analitica che introduce la misura di un tempo speciale quello dell’Unhaimlich o del perturbante in cui il fantasma che appare all’improvviso scatena il tempo dell’angoscia ovvero il tempo del reale scandito in tre tempi: il tempo dell’istante dello sguardo (la comparsa del fantasma che prende il soggetto ), il tempo dell’attesa soggettiva ed il tempo del ritorno (il terzo tempo dopo quell’ dell’intervallo o dell’attesa o secondo tempo). Il tempo dell’analisi,dunque,il tempo della pratica analitica,è messo oggi a dura prova dal tempo cronologico dell’Io che però non è più semplicemente il tempo del senso, ma il tempo del senso che ha acquisito la dignità malefica di senso. Questo tempo mostra il suo dominio nella vita quotidiana che è costituita da un quadro patologico, non più fondato sul sintomo nevrotico come ai tempi di Freud e fino alla prima metà del ‘9oo, ma da un quadro fondato su dei segni sempre più perversi e in primo luogo su ciò che Lacan nel 1938 mette già in evidenza quando parla del” declino sociale dell’imago paterna” (Lacan “I complessi familiari nella formazione dell’individuo”, pag.5)

2)Il tempo della formazione

Il fuori tecnica rimanda al tempo della formazione dell’individuo che è interessato a diventare operatore inscritto nel Campo analitico senza cioè voler essere psicoanalista. Ciò che accomuna lo psicoanalista e l’operatore, di qualunque livello professionale esso sia e impegnato in qualsiasi ambito delle relazioni umane di aiuto, è la dimensione della vita sulla quale Freud ha costruito il “disagio della civiltà”. In una recente “conversazione al Centro di ascolto” sul tema della “vita quotidiana” è stata raggiunta una sorta di intesa di gruppo sul definire la vita quotidiana “un campo di battaglia” nella quale la lotta tra il tempo di lavoro e tempo libero è avvertita dal soggetto come particolarmente feroce e alienante che riconduce di nuovo alla prigione dove i tre prigionieri devono riconquistare la libertà. Nella vita quotidiana il prigioniero è unico e la logica in gioco è quella che riguarda il tempo dello scarto. Su questo tempo e la sua logica la psicoanalisi con Lacan si è impegnata a fondo per dimostrare come da un lato il soggetto umano non può sbarazzarsi della nevrosi in cui è preso, ma al tempo stesso, dall’altro lato, questa nevrosi soggettiva deve fare i conti con un quadro sociale sempre più fondato su un Discorso che Lacan nel (1972) chiama del Capitalista costituito dalla logica della perversione. Questa nevrosi, il soggetto, al posto di subirla (sacrificio inutile), può separarsene sapendosene servire, il che vuol dire non confondere il tempo dello scarto con il tempo trascorso nella inutilità vittimistica in cui il soggetto spesso si rifugia come se fosse l’unica ”tana” che conosce (cattura masochistica perversa non solo nelle fantasie ma negli atti e abitudini).

Nella tana dominata da queste condizioni vittimistiche, manca il respiro ovvero non c’è scarto, non c’è il tempo dello scarto, ma c’è un unico tempo che non concede respiro; in questo caso la vita come campo di battaglia diviene il luogo in cui il soggetto sperimenta l’assenza del desiderio o godimento in cui il soggetto si ri-versa come oggetto a tappare l’Altro materno o in modo complementare quando l’Altro tappa il soggetto e i suoi bisogni. Ciò accade nella vita quotidiana con tutte le figure che si mascherano da Altro materno nelle quali si ripropone l’invasione della sostanza materna incanalata in varie forme oggettuali- velenose che si ripresentano nelle azioni in cui la vita sociale oggi si articola. L’uomo nel campo di battaglia della vita quotidiana lotta con il tempo rappresentato dal Mito di Crono. Il soggetto umano lotta con Crono per non essere mangiato, ovvero lotta per mantenere la distanza tra l’immaginario (le aspettative del soggetto) ed il simbolico (il luogo dell’inconscio).In questo modo la distanza gli permette di non rimanere intossicato dalla fretta di concludere un atto e un discorso, incastrato tra le aspettative immaginarie dell’Io del soggetto e la domanda dell’Altro:”mi aspetto un tempo scandito dall’immaginario riconoscimento dell’Altro, mentre quest’ultimo invece esige, come Krono, sempre di più l’adattamento dell’Io del soggetto al tempo dell’Altro istituzionale e sociale fino ad arrivare alla soglia inevitabile dello stress”.

Tra le due linee l’io si arrangia mentre il soggetto patisce il suo isolamento lontano dal suo desiderio:

E’ nella distanza che può mantenere fra le due linee che il soggetto respira, se così si può dire, nel tempo che ha da vivere, ed è questo che noi chiamiamo desiderio.” (Lacan Sem.VI, pag. 331). Il tempo che il soggetto vive nella quotidianità lontano dal desiderio è il tempo del recluso, mentre il tempo della formazione all’interno del Campo analitico, serve per scrivere proprio sul tempo del recluso, scrittura che avviene da una posizione soggettiva che serve a mettere la distanza, ovvero il desiderio, tra il soggetto e la vita quotidiana intesa come luogo di reclusione di un soggetto che ancora desidera ma ha paura di farlo. C’è un aforisma di Kafka che è una perfetta metafora di questa immersione formativa dentro il Campo analitico come se questo campo fosse una casa, anzi la casa più propria a cui il soggetto dell’inconscio appartiene:

Non è necessario che tu esca di casa. Rimani al tavolo e ascolta. Non ascoltare neppure, aspetta soltanto. Non aspettare neppure. Resta in perfetto silenzio e solitudine. Il mondo ti si aprirà per essere smascherato, non ne puoi fare a meno, esploralo si aprirà davanti a te.” (Kafka “Aforismi “ pag 121).

Il significante casa (S1) rappresenta per il soggetto la casa madre (casa d’origine) da cui ogni soggetto articola il sapere (S2) (elabora) che riguarda la propria storia differenziale e che lo ha portato ad inscriversi all’interno della casa del campo psicoanalitico con ciò che di S1 il soggetto stesso si è portato con sé in tutti i suoi atti e pensieri. L’articolazione tra S1 e S2 tra la casa madre dell’origine e la casa del sapere del campo analitico, avviene proprio attraverso lo scarto temporale tra un prima (la presa dell’istante dello sguardo nel quotidiano) ed un dopo il momento di concludere nella casa del sapere: ”Il tempo per comprendere può ridursi all’istante dello sguardo, ma questo sguardo nel suo istante può includere tutto il tempo che occorre per comprendere. Così, l’oggettività di questo tempo vacilla con il suo limite.” (Lacan Scritti, pag,199)

Tra l’istante dello sguardo, che per la sua improvvisa presa e cattura mette in gioco quanto di più sconcertante e d’improvviso avviene nella omologazione conflittuale dell’immaginario del quotidiano, ed il momento di concludere attraverso la formazione dentro la casa del Campo analitico, va considerato tutto il tempo che occorre a ciascun soggetto per comprendere quanto avviene nella presa dell’incontro tra lo sguardo e ciò che fa da quadro per il soggetto nella realtà della vita. E ciò che fa da quadro nella vita quotidiana riguarda qualcosa che scardina l’anonimato delle abitudini per tradurre questo anonimato in qualcosa di visibile allo sguardo del soggetto; e l’incontro con l’anonimo e l’estraneo che è in noi viene portato ad inscriversi dentro il Campo analitico per essere lavorato secondo la questione del tempo soggettivo che serve a concludere, nel modo consono alla psicoanalisi, quanto alberga nella natura umana: ”Vedo nella natura umana una spaventosa uniformità,nelle condizioni umane una forza ineluttabile, concessa a tutti e a nessuno. L’individuo non è che schiuma sull’onda, la grandezza è un puro caso […] Che cos’è che in noi mente uccide,ruba?”(Bṻchner La morte di Danton II,5). Il tempo del campo analitico ci riporta di nuovo al crimine confinato nella figura del prigioniero che attanaglia il soggetto giocandolo nel giogo della battaglia della vita quotidiana dove il male nell’uomo si mostra in tutta la sua crudeltà: quanto ci vuole al soggetto a capire che la conclusione di ciò che è nella sua natura (Es) pulsionale coincide con l’istante in cui si palesa nella vita l’angoscia che lo perturba (nel familiare c’e qualcosa di inquietante ed estraneo) e che lo rende prigioniero? E la libertà che desidera ottenere passa come sappiamo dalla costruzione di una tana-casa in cui all’interno su un tavolino il soggetto costruisce l’antidoto al male che la vita provoca in lui attraverso l’alimentazione della discontinuità della pulsione: in sostanza inscrivere la figura del prigioniero nel campo analitico, imprigionato e soggiogato dalla vita quotidiana, serve ad ottenere quella libertà desiderata dal soggetto, libertà che implica necessariamente il riscrivere la propria storia attraverso un tempo diverso che è quello della formazione costituita dal saperci fare con ciò che Freud chiama l’altra scena. Questa altra scena passa di nuovo dal tempo della vita ma si rivela solo con lo scarto e la scansione temporale in cui il soggetto sia in analisi, nei momenti fecondi della parola in cui il simbolo si manifesta, sia nella formazione individuale nella cultura psicoanalitica, inscrive il proprio senso di appartenenza (la nuova casa simbolica) al Campo psicoanalitico nel quale: ”L’uomo letteralmente devolve il suo tempo a dispiegare l’alternativa strutturale in cui la presenza e l’assenza traggono l’una dall’altra il loro appello. E nel momento della loro congiunzione essenziale, e per così dire nel punto zero del desiderio, che l’oggetto umano cade sotto i colpi della presa che, annullandone la proprietà naturale, lo asserve ormai alle condizioni del simbolo.” (Lacan Scritti, pag 43)

Alessandro Guidi

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